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Omaggio a Wes Craven, da Nightmare mi guardi iddio, ai miei (in)cubi ci penso io e il mio culo

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(Irreprimi)bile mer(da), altezzosa/o, (sin)cera, cerea, “abbronzata” nelle tenaglie d’un mondo sterile, partorente “sempreverde” persone graffianti del peggior cor(o) accorpato al materialismo “corpulentissimo” borghese, becero e mer(l)o.

Pizza, pizzi, merletti, il pizzetto e un pizzicotto, una cantilena lenta-frenetica con andamento roteante d’incubo strozzante le “giovani” coscienze già a(du)ltere, “adultizzate” da una società fiera…

I cannibali vivono negli stadi… bradi(pi) e l’adolescente vien concupito da atroci, falsi schemi mentali, “assediato” dalla matematica, dalla già scarsa grigia materia schiavizzata dagli “uomini” tor(chiant)i, e si ciba di tv al p(r)ezzo della figa “meglio” offerente la sua “saputella” frivolezza insipida.

Al che...

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Rocca Calascio, Vintage spettro monumentale

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Ove tu ti stagli, imponente, alta e arcigna, da lassù, sulfurea e “scricchiolante”, cerea e di marmo grezzo intagliato come diamante sopraffino, ci guardi ed esplori le nostre paure, “superstiziosa”, sei di mistica ascendenza secolare, abbarbicata fra rocce rupestri di maestoso splendor nostro penetrante. “Addobbata” solo dalla tua scabra, “glabra” trasparenza, t’affacci da lontano sul mare, abruzzese “statua” in monumento delle eclissi lunari. E ci (s)colpisci in vetta tua inarrivabile di fascino e suggestione suprema.

Da Ladyhawke a Il nome della rosa, sei stata la residenza fastosamente cinematografica.

Di notte, sappiamo, che mille e più fantasmi, a(r)mati nelle tenebre, abitan la tua torre e da lì si “diramano” lungo gli argini del tuo castello, scivolando ne...

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(Ru)giade

Giada

Sedotto in uno lastrico d’emozioni sventolate, vivandate, te(r)se, nella poesia incendiaria, fumante nell’aria opaca, noi, come me, gli svenati, mai nati, ammainatisi a cagion ricattatoria d’una “adult(er)a” società ferina, slabbrati e affamati, (r)affinati tra i lor affanni mai moderati, cani(ni), non carini ma spappolante carne macerante, tra i loro “fall(at)i”, biascichiamo mormorate parole nonsense tra frastagliati aromi acchiappati, allucinati c’immoliamo a fatali respiri (e)spianti, incatenati all’ossigeno sfibrante di cuori in viaggio miracolati, raggianti nonostante il cattivo “fat(u)o” (s)premente...

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Una camminata fra le lapidi

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Fantasm(atic)i, c’illanguidiamo nel turbinio “turbo” di sere tempestose, fievolmente arroccati e arricciati a liquido cangevole di noi esausti, investigatori marci delle nostre speranze dissolute, dissoltesi nelle ossa dei cadaveri al c(imit)ero e dei lor guardiani abba(gl)ianti la (scon)fitta di dolori esistenziali rappresi nel sangue impotente degli sterilizzati lor cuori, dei loro odori oramai anestetizzatisi nella nebbia crepuscolare d’un tempo avvizzitosi, non più “muscolare”, dei dubbi (im)pertinenti a spettinarli in gabbie metalliche a controllo dei morti in una pianura moritura, “abulica”, lenta dei lor moribondi stanchissimi...

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Villa Clara

Villa Clara

Aleggia lo spettro di una bambina Clara spi(rit)ata

 
Abito in via della Ca’Bianca, nella periferia “nobile” d’una Bologna nebbiosa, avvolta spesso da piogge novembrine che si protraggono sin a estate inoltrata, “tumefacendo” il clima e rattristandolo d’una mesta aria leggera ma fortemente, robustamente temporalesca.

A pochi chilometri dalla mia abitazione, immersa nel verde caduco di cipressi ga(gliard)i, esiste una magione maledetta, Villa Clara, ubicata al 449 di Via Zanardi, la stessa via principale che “taglia” di decumana la laterale nella quale risiedo. Limitrofa a Trebbo di Reno, c’è Clara…, e la leggenda narra che fu abitata da un casato patriarcale d’alto rango, ma il padre, alla Shining, non sopportando più le doti di chiaroveggenza della figlia, e spav...

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Ques(i)to fantasma…

Spar(t)izione

fantasma

 

Luna metallica, acquetati nella speranza mia, forse effimera, di poter toccare un giorno le vette della felicità, per ora preclusami dall’“avaria” d’un tempo instabile, non ador(n)andomi e indomato.

Spar(g)ente sangue su questa “lacustre” vanità terrestre, giocondo, arrido di “(mala)voglia” alla caducità della vita, squinternato ectoplasma del non esser divenuto uomo, giammai lo sarò, qui ché, rammaricato dalle vostre dissoluzioni, non assolvendovi, son sempre più dissolto, neanche pelle e ossa, rabbrividente in un involucro che maschera persin la mia cera, mentre gli “idioti” saltimbanchi imbandiscono balli e canti, non tanto candidi...

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I poeti scrivono (di)versi nell’anima

Straziato, attanagliato nelle viscere, medito sulla mia professione, con l’impermeabile del tempo atmosferico delle emozioni miscelate ai ricordi.

Angustiato, perennemente demotivato, strangolato, ai “bordi” delle mie tempie, con angoscianti, devastanti risvegli turbinosi nei quali “misuro” l’aria che mi soffoca, fagocita la mia anima in rivoli esangui di stanchezza “mortifera”. E, leggiadro, striscio tra la foschia mattutina, poetico e incendiario, anche incendiato da tremori “a pelle” che, lagrimando nelle mie budella, “starnutiscono” il piacer doloroso della vividezza mia, “sbranata”, afferrata per le corna, soffrente il patimento dell’esser nato e cambiar non potere...

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Pensieri funambolici

Sensazioni che vibrano sottopelle, “virano” laddove il pianto si fa “esecrabile”, sì, per ancestrali timori di non esser adatto a questo mondo piatto. E, piangendo, “rinsavisci”, tra fatiscenti ricordi mesti che, in circolo vizioso, si mordon la coda, gatto fra le nebbie dei tuo scor(d)ati pensieri, delle l(i)ane del tempo che passa, “fruttivendolo” delle tue agonie, del respiro già caduco, non ancora però caduto, poeta in un’era di sospiri laconici ove s’è smarrita la vi(t)a vera.

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Asfissia

Asfissia, polmoni in fiamme, “indecorosamente” crollo.

“Lastricato” di buone intenzioni, vacillante in una valle imperitura di lacrime, di “lame(nti)”, mi squamo, qui in mezzo agli squali.

Solfeggio striature di me che nella vita incespica, s’incaglia e, fra tante canaglie, ringhia da cane, mordendo mille brame e un’apatia sovrana che regna (ba)lorda in mezzo a tanto “ardimentoso” chiasso. Apatia isterica, che grida, si dispera vana, o forse vanitosamente rimembra chi fui e come sto scomparendo, “sparandomi”, afflizione dell’ego disfatto, imprescindibili paure che non spariscono.

 

di Stefano Falotico

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Nostalgia e mal di mare, di mai, po(r)tami vi(t)a

Nostalgia tremenda, cagna, canaglissima che mi fa incagnire e incagliare, incazzare ma rimango preda e vittima solitaria delle mie inguaribili depressioni...

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